Chiamalo destino, se vuoi.

Dicono si chiami destino, che sia una specie di libro scritto, da chissà chi, prima che la gente nascesse. Ognuno ha il suo, ognuno ha la sua storia scritta. Ognuno, in un modo o nell’altro, tra un bivio ed una scorciatoia, giungerà alla meta che qualcuno gli ha imposto.

E se fosse vero? Se seriamente fosse vero? Io non ci voglio credere. Non voglio vivere la vita che qualcuno ha scritto per me. E non mi riferisco a religioni, a qualche credo, o a delle dicerie. Ognuno è libero, liberissimo, di credere in quello che ritiene più affine a sé.

Solo che, io non voglio la vita che mi han scritto. O meglio, non ho voglia di essere il burattino di un teatro già confezionato, di ricevere cori contrari o applausi scroscianti, secondo quanto deciso da qualcuno che non sono io. Non ci credo al destino. Almeno, non fino in fondo.

Credo alle tappe prefissate. All’idea che bisogna necessariamente incontrare qualche persona sbagliata, per poter distinguere, poi, le persone giuste. Credo che bisogna inciampare in qualche intoppo, per riuscire, col tempo, ad ingranare sulla giusta direzione. Credo che le cadute ti sbuccino il cuore e le ginocchia, ma che la pelle cicatrizzi subito, e che basti un po’ di tempo, in fondo, per riprendersi se stessi. Credo che, delle volte, sia necessario starsene da soli, seduti con le ginocchia al petto, per abbracciarsi forte e tenersi forte. Credo alle cose belle, che vengono sempre dopo quelle brutte, ma non perché qualcuno l’abbia deciso, anzi!

Ci credo perché è normale, è scontato, che dopo aver pianto, si apprezzino di più le cose belle. Credo che sia necessario tenersi qualche malumore, qualche storia finita, qualche pezzettino rotto, per piacersi un po’ di più. Perché le esperienze, i momenti, le sensazioni, per quanto assurde siano, delle volte, servono a definirci e a renderci nuovi uomini e nuove donne. Credo che la cattiveria, torni.

Ma non per destino, quello non c’entra, ma semplicemente perché le persone cattive, sono un po’ come le serpi che inciampano, alla lunga, sulla loro stessa coda, per via dell’avidità con cui continuano a strisciare.

Credo che le coscienze vadano tenute pulite, bianche e brillanti, perché sono il miglior specchio dell’anima in cui riflettersi. Credo che sbagliarsi sull’idea che ci si fa di qualcuno, serva a renderci conto che siamo umani, e che come tali, commettiamo degli errori. Non conta quanto si sbaglia, conta l’impegno messo nel recuperare,  nel superare un problema, nel rimediare un qualcosa. E non sempre servono cerotti: ci sono ferite che non curi con cerotto e disinfettante; l’unica medicina è il tempo, ma le crosticine, poi, a lungo andare, dopo essere cadute, lasceranno il posto a nuovi punti di forza.

Credo sia necessario apprezzarsi per ciò che si è; perché uno dei danni di questa società moderna, corrotta e caotica, sia il non piacersi abbastanza. Ci saranno sicuramente persone migliori di noi, ma nessuno, nessuno mai, in nessunissimo angolino dimenticato dal mondo, sarà uguale a quel che siamo.

Siamo noi i pittori della nostra vita. E lo saremo sempre.
E i capolavori migliori, poi, spuntano fuori dai lavori a quattro mani, quando dall’altra parte della tela, trovi qualcuno che stava già disegnando e che riuscirà a fondere le sue emozioni e i suoi colori con i tuoi.

Gin.

gin, destino

credit: yanieyyoung

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