Sono nata qui.

Come posso provare a spiegarti la magia di Taviano vecchia? 

La magia del posto che mi ha vista crescere, coi grembiuli, quello rosa a quadretti e poi quello blu. Coi fiocchi tra i capelli, coi denti da latte, che lasciavano il posto ai definitivi,

con gli occhialini tondi, le bende, le ginocchia sbucciate, la bici con le rotelle, il monopattino, il primo scooter, l’incidente, la faccia viola (che più viola, giuro, a nessuno l’ho vista mai).

Con la prima tintura ai capelli, rossa fluo. Il negozio di alimentari qua vicino, dove ci andavo a piedi, convinta e fiera, coi miei otto anni, sentendomi una gran donna, perché ricordavo tutto, anche quando scordavo il bigliettino-promemoria a casa.

Come la racconto la magia delle domeniche al parco? L’unico e solo. Con la mimosa a marzo e i ragazzini che rubavano i mazzetti da regalare alla tizia più carina.

E le giostre a San Martino? E noi che aspettavano quella festa, che era l’unica festa grande. Ed oggi, quelle poche volte che m’è capitato di vederla, mi sono accorta che sono poco più di tre strade decorate, con le luminarie sbriluccicanti e le bancarelle che vendono noccioline.

E la prima domenica d’ottobre, con la fiera degli animali, coi cavalli, che poi scopri essere pony, ma che sembrano così grandi quando sei una bimbina.

A vent’anni non ci pensi. A vent’anni fai di tutto per andartene. La senti stretta, stretta addosso, pesante. Ti vien la claustrofobia e pensi soltanto a qualcosa che possa farti da trampolino, che possa aiutarti a vedere il mondo oltre il tuo paese. A vedere cosa c’è fuori. Cosa c’è di diverso. Di migliore.

Paese che vai, usanza che trovi. Non è sempre una bella cosa. Certo, all’inizio è novità. All’inizio un po’ ti incuriosisce. Poi però passa.

Poi, t’accorgi che il gioco non vale la candela. Che casa tua resta casa tua. Che la gente che lasci non vale quanto la gente che trovi.

Che gli amici non sono quelli dell’happy hour, ma quelli dei tuffi sugli scogli.

Che non importa quanta gente in tua assenza si sia sposata, abbia figliato, abbia cambiato vita e abitudini.

Restano loro le persone che ti sono entrate nel cuore. Restano loro le persone che ricorderai sempre.

I paragoni potrebbero essere centinaia, seriamente. Accantono il fatto che, comunque, lassù tra le montagne di polenta, sappiano cucinare in pochissimi. Specialmente che l’ossobuco e la cotoletta non competeranno mai cu le ricchie e li minchiareddhi, cu le sagne ritorte, cu le friseddhre ssuppate nu picca e filu propriu. 

Davvero vuoi mettere a confronto chi ti passerebbe perfino sulla testa, specie se la metropolitana è in ritardo, con la gente di quaggiù che per strada strimpella col clacson, giusto per salutarti? Non è vero che lavoriamo meno e che ci finanziate. Siete voi che venite qua, aprite le aziende, incassate contributi, e poi dichiarate fallimento.

Forse, come pensate, avete sul serio tutto. Il lavoro, l’aperitivo, la macchina nel box, che tanto è pieno di ZTL. Ma vi manca il meglio.

Vi manca l’armonia, la voglia di ridere, le domeniche al mare a dicembre, quando il vento di tramontana scompiglia pure le pieghe di JeanLouisDavid-dei noialtri.

E se sul serio, devo pensare a quello che vorrò dalla vita, dal futuro che allontano, perché ho il terrore che il futuro cominci e che io sia ancora lì, allora so per certa, per certissima, che tra le prime cose che vorrei, spunta un figlio.

Ed io un figlio tra i tram e il cemento non ce lo voglio far crescere. Non lo vorrò mai.

Non è vero che al Sud il futuro non c’è. Siamo noi che non ci impegniamo abbastanza, ma possiamo farcela. Siamo ancora in tempo. Saremo sempre in tempo.

E il male che fa andarsene, paradossalmente, è un toccasana. Vuol dire che il posto dove vivo non mi ha cambiato. Vuol dire che la gente di merda con cui ho avuto a che fare non mi ha sfiorato neanche un poco. Vuol dire che casa mia resta casa mia. E non solo le mura, quelle sono

un’altra storia, una storia a parte. Parlo della gente, delle persone che amo e che mi amano. Casa è dove hai il piacere di tornare.

     Uno è figlio del posto in cui è nato. Io sono figlia degli ulivi e del mare. 

     Ed apparterrò al mare, sempre. Sono nata qui. 

     Ed anche se dovessi metterci più del tempo che spero d’impiegarci, ci ritorno. Lo giuro. 

Gin.

gin, nata

credit: www.salentocoasttocoast.it

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1 Discussion on “Sono nata qui.”
  • come ti capisco… ti senti strappata via, ed è come se hai l’impressione che niente sarà più come prima… tutto manca, dall’odore del mare, a quello di noccioline caramellate in giro per la fiera… dal buon odore di pizza a quello della brezza estiva. Niente ha prezzo… eppure siamo in tanti che andiamo via, tanti con un peso nel cuore indescrivibile, tanti apparententemente “costretti” con il segreto sogno nel cuore che un giorno ritorneremo lì, dove le amicizie e gli amori più sinceri ci hanno accompagnato per tanto tempo… un caro saluto…

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